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Articoli taggati ‘teatro’

Medea che colpisce al cuore

Medea di Euripide

Annika Strøhm e Saba Salvemini in Meda di Euripide.

“Per pugnalare questo mondo bisogna colpirlo… al cuore” dice Medea in scena e come viene ripetuto dalla presentazione di questo spettacolo che ho visto ieri, 3 Febbraio 2012, al teatro comunale di Torre Santa Susanna: la Medea di Euripide portata in scena da due grandi attori dell’Areté Ensemble: Annika Strøhm (Medea) e Saba Salvemini (Creonte, Giasone, Egeo, Messo). Riecheggia un po’ il famigerato “attacco al cuore dello stato” che le Brigate Rosse realizzarono, o tentarono di realizzare, con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro nel 1978. In entrambi i casi abbiamo, infatti, due assassinii di vittime che nulla possono per difendersi, almeno nell’immediato per quanto riguarda Moro.  Sia i figli di Medea e Giasone sia Aldo Moro appaiono come vittime sacrificali, il cui sacrificio è più o meno ineluttabile. Non è un caso che il caso Moro ispirò a Dario Fo proprio una tragedia, Il buffone incatenato, che però non ha poi rappresentato. Assassina di questa prole è la loro madre Medea e dipinta così potrebbe sembrare un’antesignana di Lady Macbethpronta, per un giuramento, a strappare via le gengive del bimbo che allatta e a fargli schizzare il cervello mentre le sorride. Medea è invece di una natura molto diversa. E’ sì sanguinaria anche lei visto che per amore del marito arriva ad uccidere e a fare a pezzi il fratello ma in lei non c’è la ferocia del personaggio shakespeariano. Bastano alcuni versi di Euripide per capirlo:

piena è la donna di paure, e vile contro la forza, e quando vede un ferro; ma quando, invece, offesa è nel suo talamo, cuore non c’è del suo piú sanguinario.

Non dimentichiamo che questa Medea è una maga, una strega. Perciò il dolore in lei si trasforma in vendetta e in macchinazione. Solo che tutto questo avviene con una profonda e sconvolgente umanità che il testo di Euripide, il tragediografo delle emozioni, rivela e che la drammaturgia e l’interpretazione di Annika Strøhm valorizzano. Ma c’è di più:  è una tragedia di “teatro da camera”, di un interno domestico. Avviene in una qualsiasi delle nostre case: è quel che scenografia e mezze luci accese nella platea suggeriscono. Non dovrebbe meravigliare questo, considerate le cronache degli infanticidi. Allora più che mai in questo spettacolo lo spettatore si rispecchia e può fare un viaggio anche lui nelle conseguenze di certi comportamenti. Medea non è solo una madre e un’assassina: è la straniera. L’articolo determinativo non è scelto a caso.  Oltre che di Lady Macbeth è dunque l’antesignana, al femminile, di una delle figure più emblematiche di Albert Camus: Mersault, sebbene in quest’ultimo i sentimenti, forti in Medea, sembrino scomparsi. Tuttavia anche lei, come lo straniero, rompe delle convenzioni e subisce una caterva di giudizi. Il dolore allora per quello che compie è l’infanticidio dell’umanità. Non possiamo uscire innocenti da questo processo una volta finito lo spettacolo.

Le sette porte della vita cronica

Sofia Monsalve in La vita cronica

Sofia Monsalve in La vita cronica dell'Odin Teatret

Ieri, 18 novembre 2011, è andata in scena l’ultima replica di La vita cronica, l’ultimo spettacolo dell’Odin Teatret di Eugenio Barba, ai Cantieri teatrali Koreja. Possiamo senz’altro ricordare questo lavoro come “la bella lezione” di Barba come titola Francesco Farina su Il corriere del Mezzogiorno la sua recensione. La lezione consiste, infatti, nel fatto che Barba

non sceglie la strada della rappresentazione per esprimerne la drammaticità. Piuttosto si affida ai codici del suo teatro, in cui ogni simbolo ne sottende altri, dove ogni sofferenza non si risolve mai nell’angoscia del singolo e si traduce, invece, in un disagio universale.

Il disagio di qui si parla è il disagio per la scomparsa del padre cercato da un/a ragazzo/a colombiano/a, il disagio della guerra, il disagio della perdita della libertà, il disagio per uno stato poliziesco. Ciascun disagio è molla per lo spettacolo, per la messa in scena, per le trovate sceniche spesso sorprendenti. Ma soprattutto fa parte di una coralità in cui ogni lingua natìa, ogni cultura, ogni sensibilità trova il suo spazio e la sua amplificazione. E lo trova in virtù di una vita di afflizioni ma non senza speranza, che è il filo rosso dei settanta minuti di spettacolo.

«La vita cronica non è uno spettacolo disperato, La speranza vi si annida dentro come il “si” si annida nel “no”. Senza speranza non si vive. Questo vuol dire che la speranza può essere una virtù o una condanna»

afferma Barba in proposito (citato dalla recensione di Roberto Rinaldi). Questa speranza anima canti e canzoni struggenti, come la più volte citata What a wonderful world, cambi scena fluenti e sorprendenti, performance dei personaggi dalla fisicità non lontana dalle maschere della commedia dell’arte ma anche ad archetipi come gli zingari e le statue della Maddalena nelle processioni.

La vita cronica è una festa, un’esplosione di lingue, di danze, di musiche ma soprattutto di energie, riti e maschere. E’ una “quete”, una ricerca, tra vita e morte. E’ transizione, è ritmo, è sorpresa. Gli attori dell’Odin ieri sera mi hanno portato a spasso per le porte e le carni appese in tutto il mondo. Le porte sono quelle a cui il/la colombiano/a bussa per cercare suo padre. Un tema che ritorna in Barba che ne L’arte segreta dell’attore scrive:

All’inizio del 1984, chiesi a ciascuno dei miei attori di scegliersi il personaggio d una storia diversa, di sceneggiarne sinteticamente le vicende, scrivendo un testo. Avremmo avuto allora, 6 storie, che assieme con la mia sarebbero state le sette diverse porte per entrare in un unico spettacolo.

Non so come Barba lavori come regista con i suoi attori ma durante lo spettacolo di ieri mi è sembrato di capire che ciascun attore aveva una sua drammaturgia, una sua individualità, una sua libertà ben orchestrata in coro. Mi pare una regia leggera ed essenziale e nello stesso tempo coraggiosa per l’ardire delle metafore, per lo spazio scenico molto particolare, gli accostamenti in apparenza improbabili.

E nonostante alcune scelte, talune situazioni in scena siano sovrabbondanti, pieni di cornucopia quasi, barocchi su tutto domina un’atmosfera di austerità e di sobrietà e di pulizia e precisione che spaventa: come fa la ragazza colombiana con gli occhi bendati per quasi tutto lo spettacolo ad arrivare correndo ai limiti della pedana e a non cadere? Infine l’altra altissima lezione degli attori che a fine spettacolo spariscono e non rientrano ad accogliere gli applausi a scena vuota del pubblico. Memorabile serata.

Per chi e come facciamo teatro?

25 settembre 2011 1 commento
Eugenio Barba

Eugenio Barba

Per chi facciamo teatro sera dopo sera? Per quella massa anonima simile a una bestia dal volto oscuro, come gli attori della commedia dell’arte chiamavano il pubblico? Il mestiere del teatro è spietato. Ti svuota in una routine, in una lotta incessante per tenere insieme la compagnia, per risolvere problemi di dinamica di gruppo, per l’angoscia di non poter retribuire dignitosamente i tuoi collaboratori. Gli applausi e le recensioni non possono essere gratificazioni sufficienti in questo mestiere squallido dove fiorisce l’egoismo, l’esibizionismo e l’interesse personale. Se non fai teatro per qualcuno che ami, se non hai un paio di spettatori speciali, magari lontani o immaginari, eppure così concreti da riconoscerne il calore della voce e l’espressione del viso, allora ogni sera reciti davanti al vuoto.

E’ questa una delle risposte che Eugenio Barba, mostro sacro del teatro, ha dato in una bella ed ampia intervista pubblicata oggi, 25 settembre 2011, da Il Nuovo Quotidiano di Brindisi (pp. 8-9). Nato e vissuto fino ai 18 anni a Gallipoli, Barba ha iniziato a far fortuna nel teatro in Norvegia ad Oslo ed oggi è considerato uno dei più grandi maestri viventi. Eppure i suoi inizi furono molto difficili come egli stesso racconta nell’intervista.

Come furono gli inizi? Difficili. In Norvegia cercai lavoro come regista in tutti i teatri della capitale, ma ero uno straniero senza nessun diploma o esperienza. Così riunii alcuni giovani rifiutati alla Scuola Teatrale di Stato. Mi trovai subito di fronte a un ostacolo che non avevo presupposto: per fare il regista, dovevo preparare i miei attori che non sapevano niente. Questo decise dell’identità professionale dell’Odin Teatret: del nostro interesse per la pedagogia, un processo che non termina dopo alcuni anni di apprendistato, ma che accompagna un attore durante le varie fasi del suo sviluppo.

Fu questa necessità pedagogica a portare Barba verso l’antropologia teatrale: il sostrato comune culturale che lega i livelli pre-espressivi degli attori nelle varie culture.  Essa diede forma nel 1979 alla International School of Theatre Anthropology (ISTA) che nei suoi diciannove anni di vita ha permesso di dar vita ad una università itinerante del teatro. Dall’alto della sua esperienza ala fine dell’intervista Barba prova a spiegare come si possa vivere facendo teatro in realtà complicate come il sud Italia:

Chiunque vuole percorrere la strada del teatro deve essere consapevole che ha scelto una professione in cui è obbligato a pagare di tasca propria e deve inventare tutto: il senso della sua arte, la conoscenza tecnica, il modo di collaborare con i colleghi, i suoi spettatori, i mille sotterfugi per assicurare l’autonomia materiale, il luogo dove piantare il seme di un eccesso quotidiano e anonimo. Sicuramente ci sono altri modi di fare teatro. Io conosco solo questo.

Per chi e come facciamo teatro allora? Dite la vostra nei commenti.

Sogno o improvviso?

sogno

Sogno (dream). Credit: fabry.

Stagliare il marchio-logo sulla silhouette del profilo della nave in movimento mentre si ode la sirena della nave. Saranno state le troppe ore passate davanti al computer negli ultimi tempi che influenzano anche i miei sogni. Stamattina sognavo di montare uno spot in flash: al mio risveglio ho scoperto che la sirena della nave era in realtà il rumore del compressore della squadra di operai che stanno ristrutturando la casa del vicino. Un’esperienza comune nei sogni: un rumore o un bagliore nella vita reale che finisce dentro i nostri sogni trasformato e riutilizzato in qualche modo. A volte può succedere che ci si sente chiamati per nome e una volta mi sono così emozionato perché sentivo la voce di Dio che mi chiamava in cima ad una grande scalinata. Era il mio compagno di stanza all’università che mi chiamava. Altre volte qualche goccia di pioggia che si infilava in qualche capanno di fortuna dove ho dormito mi ha fatto pensare di essere tra le onde nell’oceano dopo essermi buttato dal ponte del Titanic. Straordinaria la fantasia che il nostro cervello tira fuori in simili occasioni, non è vero?

Si tratta di un meccanismo per cui un qualsiasi elemento esterno viene rielaborato e diventa parte della trama narrativa del nostro sogno, per quanto bizzarri. E il tutto avviene senza sforzi, con estrema naturalezza. Un vero stato di grazia. Sarebbe straordinario che un improvvisatore fosse così capace da riprodurre questo meccanismo mentre è impegnato nelle improvvisazioni.  Tutto quello che bisogna fare è prendere qualsiasi offerta “cieca” che ci viene dall’esterno e darle valore, farla diventare importante. Semplice ma di grande aiuto al punto che Keith Johnstone ci ha dedicato degli appositi esercizi. Sto parlando delle cosiddette “offerte cieche”. Consistono nel proporre un gesto che va all’infuori del proprio corpo e nella successiva immobilizzazione in attesa che il partner reagisca. E’ uno degli esercizi più efficaci per “far funzionare” qualcuno. Questo tipo di offerte, in realtà, possono anche venire in modo involontario dal pubblico. Durante un’improvvisazione mi trovavo, per esempio, immerso nell’acqua quando tra il pubblico è squillato un cellulare. Nell’improvvisazione precedente avevamo giocato tutta una scena sulle telefonate e sugli squilli. Quando perciò sott’acqua ho risposto “pronto” molti hanno pensato che ci fossimo messi d’accordo con la signora a cui squillava il cellulare. Altre volte, poi, si assiste a dei veri e propri regali dall’alto che hanno del prodigioso. Per esempio durante alcune improvvisazioni al fatidico “E si fece buio” è venuta davvero a mancare la luce e in un paio di occasioni dopo aver detto: “Guarda, sta spuntando il sole” per magia si sono riaccese delle luci dopo un breve black out. Tutti hanno pensato che fosse un effetto voluto.

Francesco Burroni nel suo manuale sui Match d’improvvisazione teatrale parla di un “farepensare” che possiamo

tentare di definire come un fare senza l’intervento della ragione lenta e ponderata, ma mosso da un altro pensiero, anzi fuso a un altro pensiero irrazionale che è la capacità di immaginare. (…) Alla base di questo ragionamento c’è la condivisione dei principi teorici per cui il pensiero umano non si esaurisce nel pensiero verbale, che è legato all’attività della coscienza, ma si manifesta anche in quella attività mentale non cosciente, particolarmente evidente nei sogni, che è fondamentalmente una produzione irrazionale di rappresentazioni e cioè un pensare per immagini. Lo stesso pensiero irrazionale può poi esplicarsi, con modalità diversa da quella onirica, anche in stato di veglia in quel particolare fare che è alla base della produzione artistica.

La domanda, ora, è come. Il segreto, forse, consiste nel dar valore agli elementi che ci capitano sotto mano. I bambini sono forse i migliori maestri in questo con un pezzo di stoffa che diventa la bandana del più temibile pirata dei Caraibi o un pezzetto di legno che diventa il più bel fucile dello sceriffo. A pensarci bene è una delle principali capacità del linguaggio: rivestire un oggetto di significati che vanno oltre l’oggetto stesso. Dobbiamo tutto al fatto che il linguaggio è un sistema simbolico. In termini cari agli esperti di retorica potremmo dire che c’è metonimia tra l’oggetto e ciò che diciamo se c’è contiguità tra i due elementi. La metonimia è appunto lo scambio tra due termini collegati da un rapporto di dipendenza o di inclusione. “Ascolta il tuo cuore (sentimenti)”, “ guadagnarsi il pane con il sudore (lavoro)” sono due rapidi esempi di metonimia. Tutto il teatro non è che linguaggio di segni, dei segni che se “anche nella vita non hanno funzioni comunicative, le acquistano sulla scena” (Kozwan). Tutta la rappresentazione teatrale è simbolica perché attraverso delle convenzioni che lo spettatore accetta gli eventi scenici stanno per qualcos’altro. Un fondale verde ad esempio è la metafora di una foresta. Ma più che metaforico il segno teatrale è per lo più sineddotico perché utilizza in prevalenza la sineddoche (Keir Elam, Semiotica del teatro). La sineddoche è un particolare tipo di metonimia perché è legata ai concetti di quantità e di estensione: il singolare per il plurale, o vivecersa; la specie per il genere e il contrario, ecc. La rappresentazione di un campo di battaglia tramite una sola tenda o di una chiesa tramite una guglia gotica sono due esempi di sineddoche.

L’abilità di un improvvisatore ma anche di un attore sta nel rivestire tutti i segni teatrali di questa funzione sineddotica. Prendiamo ad esempio l’improvvisazione con oggetti che tanto più funziona quanto più agli oggetti sono attribuiti funzioni ed usi disparati. Un pezzo di stoffa può diventare un vestito, una bandana, un cappello, una benda, una fune, una mappa, un giornale, una maschera, ecc. Nei Match d’improvvisazione teatrale è una delle improvvisazioni più dinamiche ed efficaci nella sua semplicità perché è caratterizzata dal continuo mutamento.

La comunicazione tra gli uomini è segnata dal continuo mutamento delle cognizioni, dei concetti, addirittura delle lingue! (…) Per prepararsi al ruolo bisogna mutare le proprie idee sulla vita e sull’essere umano. (…) D’altra parte va detto che i nostri canali sono conformati in maniera tale che ci scorra un altro tipo di vita. Così è necessario che a ogni nuovo ruolo si cambi tutto.

Sono annotazioni di Jurij Alschitz ne La grammatica dell’attore che ci danno la conferma della possibilità per un attore di accettare tutto ciò che viene dall’esterno e di rimodellare se stesso. Alschitz è molto confortante perché addirittura afferma che i nostri canali sono conformati per un altro tipo di vita: è come se fossimo già predisposti per questi prodigiosi eventi. E’, in fondo, la predisposizione alla linfa nuova degli alberi, la predisposizione alla vita. E’ questa predisposizione che ci permete senza sforzi di trasformare qualsiasi evento durante le improvvisazioni e di renderlo elemento necessario della nostra storia.

10 buoni motivi per iscriversi al Corso d’improvvisazione teatrale

14 gennaio 2010 2 commenti
Noi cerchiamo Te

Noi cerchiamo proprio Te

Oggi vogliamo darti 10 buoni motivi per iscriverti al Corso d’improvvisazione teatrale che parte oggi alle ore 19 con la prima lezione gratuita all’Arci di Francavilla Fontana. I 10 motivi sono:

  1. conoscere l’improvvisazione teatrale;
  2. imparare a dire di sì;
  3. imparare a farsi capire;
  4. giocare e non recitare;
  5. rispondere al richiamo della foresta;
  6. approfittare del surrealismo;
  7. tornare ad essere spontanei;
  8. imparare a cambiare;
  9. creare un teatro del popolo;
  10. il decimo motivo vieni a dircelo tu oggi alle ore 19 alla sede Arci di via Francavilla Fontana in via Arco Olimpo (nei pressi del ristorante “Arco Olimpio”). Se hai difficoltà a raggiungere il posto chiama il 320 0422825. Gradita, ma non vincolante, la preiscrizione. Noi cerchiamo Te e i tuoi amici.

Creare un “Teatro del popolo”, nono motivo per iscriversi

13 gennaio 2010 1 commento
Melillo, Algie e Passaro

da sinistra: Filippo Melillo (Arci), Ian Algie (Teatro del Sì), Chicco Passaro (Magazzini Teatrali)

Eccoci giunti al nono dei dieci buoni motivi per iscriversi al nostro corso d’improvvisazione teatrale. Il motivo di oggi è: creare un “teatro del popolo”. Chiariamo questo pensiero con il reoconto della conferenza stampa di stamattina.

FRANCAVILLA FONTANA (13 Gennaio 2010) — Si è tenuta stamane alle 10 e 30 la conferenza stampa delle attività teatrali in programma nel 2010 presso il circolo Arci di Francavilla Fontana. Protagonisti ne sono stati, oltre al circolo Arci stesso, Ian Algie e Giuseppe Vitale del Teatro del Sì e Chicco Passaro dei Magazzini Teatrali. Questi tre soggetti, infatti, stanno per dare vita a dei progetti teatrali nella città di Francavilla Fontana che vogliono coinvolgere tutto il territorio brindisino e oltre. Il Teatro del Sì, infatti, sta promuovendo un corso d’improvvisazione teatrale che inizierà domani giovedì 14 gennaio alle ore 19 con una prima lezione gratuita presso la sede Arci in via Arco Olimpo a Francavilla Fontana. In Primavera prevede poi di rappresentare il suo format-spettacolo d’improvvisazione teatrale Oltreparola, in cui gli attori improvvisano su suggerimenti del pubblico. Per l’occasione gli inviati delle testate presenti hanno potuto conoscere il docente del corso: l’attore-improvvisatore e clown canadese Ian Algie. Quest’ultimo ha dichiarato di voler realizzare nel brindisino un vero e proprio «teatro del popolo» innestando nel tessuto culturale locale tutta la sua pluriennale esperienza d’improvvisazione teatrale oltreoceano degli Stati Uniti e del Canada. In questo teatro del popolo, ha assicurato l’altro attore del gruppo ed organizzatore Giuseppe Vitale, chiunque si avvicinerà al corso, a prescindere da precedenti esperienze, potrà in breve tempo acquisire notevoli doti di fantasia e immaginazione da utilizzare sia nel lavoro teatrale sia nelle proprie attività quotidiane. Interessato all’improvvisazione teatrale e in sintonia con i suoi propositi e meccanisi si è detto Chicco Passaro i cui Magazzini teatrali, invece, a breve ultimeranno il loro spettacolo Anatra all’arancia di Marc-Gilbert Sauvajon. Stanno intanto lavorando ad uno spettacolo sul patriota Salvatore Morelli per i 150 anni dell’Unità d’Italia e per maggio produrranno lo spettacolo Il Castello e la luna in concomitanza dei 700 anni dalla fondazione della città di Francavilla Fontana. Il circolo Arci di Francavilla Fontana per bocca del suo presidente Filippo Melillo intende diventare un punto di riferimento per le attività teatrali e gli spettacoli in tutto il territorio in risposta agli stimoli provenienti da molti settori e alla richiesta di attività ludico-teatrali che in molti gli rivolgono.

FRANCAVILLA FONTANA (13 Gennaio 2010) — Si è tenuta stamane alle 10 e 30 la conferenza stampa delle attività teatrali in programma nel 2010 presso il circolo Arci di Francavilla Fontana. Protagonisti ne sono stati, oltre al circolo Arci stesso, Ian Algie e Giuseppe Vitale del Teatro del Sì e Chicco Passaro dei Magazzini Teatrali. Questi tre soggetti, infatti, stanno per dare vita a dei progetti teatrali nella città di Francavilla Fontana che vogliono coinvolgere tutto il territorio brindisino e oltre. Il Teatro del Sì, infatti, sta promuovendo un corso d’improvvisazione teatrale che inizierà domani giovedì 14 gennaio alle ore 19 con una prima lezione gratuita presso la sede Arci in via Arco Olimpo a Francavilla Fontana. In Primavera prevede poi di rappresentare il suo format-spettacolo d’improvvisazione teatrale Oltreparola, in cui gli attori improvvisano su suggerimenti del pubblico. Per l’occasione gli inviati delle testate presenti hanno potuto conoscere il docente del corso: l’attore-improvvisatore e clown canadese Ian Algie. Quest’ultimo ha dichiarato di voler realizzare nel brindisino un vero e proprio «teatro del popolo» innestando nel tessuto culturale locale tutta la sua pluriennale esperienza d’improvvisazione teatrale oltreoceano degli Stati Uniti e del Canada. In questo teatro del popolo, ha assicurato l’altro attore del gruppo ed organizzatore Giuseppe Vitale, chiunque si avvicinerà al corso, a prescindere da precedenti esperienze, potrà in breve tempo acquisire notevoli doti di fantasia e immaginazione da utilizzare sia nel lavoro teatrale sia nelle proprie attività quotidiane.Interessato all’improvvisazione teatrale e in sintonia con i suoi propositi e meccanisi si è detto Chicco Passaro i cui Magazzini teatrali, invece, a breve ultimeranno il loro spettacolo Anatra all’arancia di Marc-Gilbert Sauvajon. Stanno intanto lavorando ad uno spettacolo sul patriota Salvatore Morelli per i 150 anni dell’Unità d’Italia e per maggio produrranno lo spettacolo Il Castello e la luna in concomitanza dei 700 anni dalla fondazione della città di Francavilla Fontana.Il circolo Arci di Francavilla Fontana per bocca del suo presidente Filippo Melillo intende diventare un punto di riferimento per le attività teatrali e gli spettacoli in tutto il territorio in risposta agli stimoli provenienti da molti settori e alla richiesta di attività ludico-teatrali che in molti gli rivolgono.

Imparare a cambiare, ottavo motivo per iscriversi

12 gennaio 2010 1 commento
Change

Ho scritto "change" tra le nubi. (da flightlessXbird su Flickr)

Checco Zalone cade dalle nubi. Noi invece sulle nuvole non solo ci restiamo ma le modelliamo così come si può vedere nella foto qui a sinistra. E ci scriviamo grande grande “cambiamento” (change in inglese). Non ci limitiamo a scriverlo però, ma impariamo a crearlo il cambiamento con l’improvvisazione teatrale. L’ottavo dei buoni dieci motivi per iscriversi al corso è infatti quello di imparare a cambiare.

Tanti corsi di vario genere oggi promettono il cambiamento del proprio destino. Ti dicono che la felicità è lì a pochi passi da te o addirittura davanti a te solo che tu non la vedi. E allora ti convincono che questo o quel guru, questo o quel maestro, questa o quella disciplina ti apriranno gli occhi. E dopodiché che nessuno ti priverà della felicità che meriti e che ti aspetta. Un gran bel quadretto, non c’è che dire. Chi non desidera il cambiamento nella propria vita in una società, in una struttura, un sistma che per molti motivi spesso viaggia per inerzia? Allora c’è chi indaga con gli strumenti della teologia e della filosofia intorno alla felicità, oppure si affida alla pratica dello yoga o delle arti marziali o di altre discipline. C’è poi chi questo cambiamento spera che arrivi dalla politica, magari da Obama che con il suo “Yes, we can” ha dato speranza a molti.

C’è chi, poi cerca di essere artefice di un cambiamento individuale e collettivo attraverso gli strumenti e le azioni in suo possesso, se è abbastanza onesto. Altrimenti al limite pensa a farsi una posizione, un posto al sole e buonanotte alle belle speranze. C’è chi infatti ha rinunciato al cambiamento e pensa solo a sopravvivere. A prendere quel che viene. Ma al momento non c’è nessuna scuola al mondo che insegni a cambiare e di conseguenza nessuno impara a cambiare. In teoria questo compito spetterebbe ad insegnanti ed educatori ma è già tanto se questi riescono ad insegnarci a stare al mondo, a sopportarlo.

Ma dove andremo allora per imparare a cambiare? Per fortuna ogni tanto arrivano strumenti, risorse, persone che ci illuminano. Pensiamo alla lotta nonviolenta di Gandhi e Marthin Luther King ad esempio. O pensiamo a grandi educatori come Paulo Freire o don Lorenzo Milani. Ma anche le arti e il teatro in particolare ci permettono di imparare a cambiare. L’improvvisazione teatrale, infatti, nella misura in cui ci fa sperimentare atteggiamenti nuovi per noi, situazioni mai sperimentate, esperienze che nella vita ci costerebbero troppo ci consente di verificare una grande serie di possibilità. E’ la palestra della vita perché ci permette il training del cambiamento. Se estremizziamo, infatti, una serie di episodi duranti i giochi e gli esercizi del corso potremo capire tantissimo su di noi, gli altri, la società, il mondo. Buon cambiamento, partecipate alla prima lezione gratuita del corso dopodomani giovedì 14 gennaio alle ore 19.00 presso la sede Arci di Francavilla Fontana in via Arco Olimpo. Gradita la preiscrizione.

Rispondere al richiamo della foresta, il quinto buon motivo per iscriversi

9 gennaio 2010 1 commento
copertina "il richiamo della foresta"

Copertina del romanzo di Jack London.

Sentire il richiamo della foresta del teatro e rispondere ad esso. Ecco il quinto buon motivo per iscriversi al Corso d’improvvisazione teatrale. Quante volte hai sentito quella vocina ma l’hai messa da parte, soffocata o non ascoltata? Eppure essa di tanto in tanto torna a richiamarti, a sussurrarti nell’orecchio il tuo nome. Vuole te. Non puoi non ascoltarla, far finta di niente. Devi provare a seguirla. E’ la natura che ti chiama. Forse tu appartieni ad essa e l’hai abbandonata come il protagonista de Il richiamo della foresta di Jack London. Può darsi che ti sbagli, che il teatro magari non sia proprio la tua strada. Ma intanto provaci, mettiti in gioco, misurati con l’improvvisazione teatrale che è quella che richiede al massimo la tua spontaneità, il tuo lasciarti andare al gioco. Comunque vada puoi fare un’esperienza che può servirti a:

Dopo questi 5 buoni motivi non hai scuse, vieni ad iscriverti.

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Giocare e non recitare, quarto motivo per iscriversi

8 gennaio 2010 3 commenti
Attori su palcoscenico

(dall'album di pmcalara su Flickr)

Quant’è brutto il termine italiano “recitare”! E’ proprio orrendo. Se andate sul vocabolario infatti vi dirà che significa, in sostanza, citare due volte: la prima è quella scritta, la seconda quella a voce alta. In questo modo tutta l’importanza ce l’ha il testo scritto, preparato prima, di cui l’attore o l’attrice è solo un pappagallo, una funzione secondaria. Il verbo “recitare” non rende giustizia all’arte drammatica, soprattutto se confrontanto con i verbi utilizzati in altre lingue. In queste ultime infatti i verbi “giocare”, “suonare” e “recitare” sono riuniti sotto un unico verbo che può essere il “to play” inglese o il “jouer” francese e così anche in altre lingue. In Italia abbiamo insomma tolto la parte ludica all’arte del palcoscenico. E cosa ne resta? E’ quel che si chiede Etrio Fidora in un suo articolo. E si badi bene che anche nell’antica Grecia il teatro era molto più legato al gioco di quanto si pensi se badiamo al fatto che il termine “agon” “stava per ‘gioco’ e ‘gara’ (e noi contemporanei ne deriviamo ‘agonistico’, che è ancora una volta un aggettivo), ma ‘agòn’ era anche il luogo dove ciò si svolgeva ed era dunque palestra o circo o stadio o anfiteatro o agorà cioè piazza, ma era in più sede di assemblea e dunque altresì di dibattito e di fronteggiamenti politici”. Era tutto un grande gioco insomma dal quale noi, a torto, abbiamo tolto la parte ludica.

L’improvvisazione teatrale, invece, mette l’accento proprio sul gioco perché è priva di testi preparati in precedenza. Non c’è dunque recitazione intesa come la riproposta di testi che con tutti gli sforzi di questo mondo non saranno mai spontanei. Ma c’è invece la spontaneità che sgorga dalla verità vissuta nel momento e davanti a quell’unico pubblico che partecipa dell’azione ludica. E se gli attoriaccettano il gioco sono in ogni momento veri, sono davvero quei personaggi che mettono in scena. Ed è questo il grande obbiettivo di ogni scuola di teatro o di cinema. Non è anche questo un ottimo motivo per iscriversi al corso d’improvvisazione teatrale?

stava per “gioco” e “gara” (e noi contemporanei ne deriviamo “agonistico”, che è ancora una volta un aggettivo), ma “agòn” era anche il luogo dove ciò si svolgeva ed era dunque palestra o circo o stadio o anfiteatro o agorà cioè piazza, ma era in più sede di assemblea e dunque altresì di dibattito e di fronteggiamenti politici
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