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Articoli taggati ‘recensioni’

Medea che colpisce al cuore

Medea di Euripide

Annika Strøhm e Saba Salvemini in Meda di Euripide.

“Per pugnalare questo mondo bisogna colpirlo… al cuore” dice Medea in scena e come viene ripetuto dalla presentazione di questo spettacolo che ho visto ieri, 3 Febbraio 2012, al teatro comunale di Torre Santa Susanna: la Medea di Euripide portata in scena da due grandi attori dell’Areté Ensemble: Annika Strøhm (Medea) e Saba Salvemini (Creonte, Giasone, Egeo, Messo). Riecheggia un po’ il famigerato “attacco al cuore dello stato” che le Brigate Rosse realizzarono, o tentarono di realizzare, con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro nel 1978. In entrambi i casi abbiamo, infatti, due assassinii di vittime che nulla possono per difendersi, almeno nell’immediato per quanto riguarda Moro.  Sia i figli di Medea e Giasone sia Aldo Moro appaiono come vittime sacrificali, il cui sacrificio è più o meno ineluttabile. Non è un caso che il caso Moro ispirò a Dario Fo proprio una tragedia, Il buffone incatenato, che però non ha poi rappresentato. Assassina di questa prole è la loro madre Medea e dipinta così potrebbe sembrare un’antesignana di Lady Macbethpronta, per un giuramento, a strappare via le gengive del bimbo che allatta e a fargli schizzare il cervello mentre le sorride. Medea è invece di una natura molto diversa. E’ sì sanguinaria anche lei visto che per amore del marito arriva ad uccidere e a fare a pezzi il fratello ma in lei non c’è la ferocia del personaggio shakespeariano. Bastano alcuni versi di Euripide per capirlo:

piena è la donna di paure, e vile contro la forza, e quando vede un ferro; ma quando, invece, offesa è nel suo talamo, cuore non c’è del suo piú sanguinario.

Non dimentichiamo che questa Medea è una maga, una strega. Perciò il dolore in lei si trasforma in vendetta e in macchinazione. Solo che tutto questo avviene con una profonda e sconvolgente umanità che il testo di Euripide, il tragediografo delle emozioni, rivela e che la drammaturgia e l’interpretazione di Annika Strøhm valorizzano. Ma c’è di più:  è una tragedia di “teatro da camera”, di un interno domestico. Avviene in una qualsiasi delle nostre case: è quel che scenografia e mezze luci accese nella platea suggeriscono. Non dovrebbe meravigliare questo, considerate le cronache degli infanticidi. Allora più che mai in questo spettacolo lo spettatore si rispecchia e può fare un viaggio anche lui nelle conseguenze di certi comportamenti. Medea non è solo una madre e un’assassina: è la straniera. L’articolo determinativo non è scelto a caso.  Oltre che di Lady Macbeth è dunque l’antesignana, al femminile, di una delle figure più emblematiche di Albert Camus: Mersault, sebbene in quest’ultimo i sentimenti, forti in Medea, sembrino scomparsi. Tuttavia anche lei, come lo straniero, rompe delle convenzioni e subisce una caterva di giudizi. Il dolore allora per quello che compie è l’infanticidio dell’umanità. Non possiamo uscire innocenti da questo processo una volta finito lo spettacolo.

Le sette porte della vita cronica

Sofia Monsalve in La vita cronica

Sofia Monsalve in La vita cronica dell'Odin Teatret

Ieri, 18 novembre 2011, è andata in scena l’ultima replica di La vita cronica, l’ultimo spettacolo dell’Odin Teatret di Eugenio Barba, ai Cantieri teatrali Koreja. Possiamo senz’altro ricordare questo lavoro come “la bella lezione” di Barba come titola Francesco Farina su Il corriere del Mezzogiorno la sua recensione. La lezione consiste, infatti, nel fatto che Barba

non sceglie la strada della rappresentazione per esprimerne la drammaticità. Piuttosto si affida ai codici del suo teatro, in cui ogni simbolo ne sottende altri, dove ogni sofferenza non si risolve mai nell’angoscia del singolo e si traduce, invece, in un disagio universale.

Il disagio di qui si parla è il disagio per la scomparsa del padre cercato da un/a ragazzo/a colombiano/a, il disagio della guerra, il disagio della perdita della libertà, il disagio per uno stato poliziesco. Ciascun disagio è molla per lo spettacolo, per la messa in scena, per le trovate sceniche spesso sorprendenti. Ma soprattutto fa parte di una coralità in cui ogni lingua natìa, ogni cultura, ogni sensibilità trova il suo spazio e la sua amplificazione. E lo trova in virtù di una vita di afflizioni ma non senza speranza, che è il filo rosso dei settanta minuti di spettacolo.

«La vita cronica non è uno spettacolo disperato, La speranza vi si annida dentro come il “si” si annida nel “no”. Senza speranza non si vive. Questo vuol dire che la speranza può essere una virtù o una condanna»

afferma Barba in proposito (citato dalla recensione di Roberto Rinaldi). Questa speranza anima canti e canzoni struggenti, come la più volte citata What a wonderful world, cambi scena fluenti e sorprendenti, performance dei personaggi dalla fisicità non lontana dalle maschere della commedia dell’arte ma anche ad archetipi come gli zingari e le statue della Maddalena nelle processioni.

La vita cronica è una festa, un’esplosione di lingue, di danze, di musiche ma soprattutto di energie, riti e maschere. E’ una “quete”, una ricerca, tra vita e morte. E’ transizione, è ritmo, è sorpresa. Gli attori dell’Odin ieri sera mi hanno portato a spasso per le porte e le carni appese in tutto il mondo. Le porte sono quelle a cui il/la colombiano/a bussa per cercare suo padre. Un tema che ritorna in Barba che ne L’arte segreta dell’attore scrive:

All’inizio del 1984, chiesi a ciascuno dei miei attori di scegliersi il personaggio d una storia diversa, di sceneggiarne sinteticamente le vicende, scrivendo un testo. Avremmo avuto allora, 6 storie, che assieme con la mia sarebbero state le sette diverse porte per entrare in un unico spettacolo.

Non so come Barba lavori come regista con i suoi attori ma durante lo spettacolo di ieri mi è sembrato di capire che ciascun attore aveva una sua drammaturgia, una sua individualità, una sua libertà ben orchestrata in coro. Mi pare una regia leggera ed essenziale e nello stesso tempo coraggiosa per l’ardire delle metafore, per lo spazio scenico molto particolare, gli accostamenti in apparenza improbabili.

E nonostante alcune scelte, talune situazioni in scena siano sovrabbondanti, pieni di cornucopia quasi, barocchi su tutto domina un’atmosfera di austerità e di sobrietà e di pulizia e precisione che spaventa: come fa la ragazza colombiana con gli occhi bendati per quasi tutto lo spettacolo ad arrivare correndo ai limiti della pedana e a non cadere? Infine l’altra altissima lezione degli attori che a fine spettacolo spariscono e non rientrano ad accogliere gli applausi a scena vuota del pubblico. Memorabile serata.

Cronaca semiseria di un Match d’improvvisazione teatrale

26 settembre 2010 1 commento
Arbitro di Match d'improvvisazione teatrale.

L'arbitro Davide Coda di Match d'improvvisazione teatrale. Credit: varesenotizie.it.

Il match si è aperto subito con un vantaggio degli svizzeri, e il primo tempo si è chiuso 2 a 4 in loro favore. Nel secondo tempo, però, gli italiani hanno rimontato, raggiungendo il pareggio sull’improvvisazione in lingua tedesca. Forse il pubblico ha voluto premiare “l’inventiva linguistica” degli italiani: palesemente all’oscuro della più minima costruzione grammaticale della lingua di Goethe, i varesini si esprimevano con parole come “Oktoberfest”, o “kartofen”. Un’inventiva eccessiva per l’arbitro Davide Coda (foto), che ha punito Michelangelo Consiglio, uno dei più esperti giocattori varesini: “Skoda” non è una parola tedesca, secondo Coda. “Ma è stata comprata dalla Volkswagen” ha ribattuto inutilmente Consiglio (capitano della squadra italiana n.d.r.).

Racconta così Chiara Frangi su varesenotizie.it il Match d’improvvisazione teatrale del 24 settembre scorso tra una rappresentativa italiana e una svizzera. E da questa cronaca semiseria traspare subito lo spirito di questi match, soprattutto sul versante italiano, patria dell’improvvisazione teatrale già da prima del 1989, anno in cui sono arrivati i match in Italia. E’ con questo spirito che l’Italia nel 1998 divenne campione del mondo in questa competizione teatral-sportiva. Insomma, sappiamo sempre come cavarcela e farci soprattutto capire noi italiani :-)

Non è mancata la prova “comparata”, in cui gli italiani dovevano esprimersi seguendo “usi e costumi svizzeri” e viceversa, gli svizzeri gli usi e i costumi italiani. E qui è emerso come siamo visti nel resto d’Europa: malati di calcio e di cellulare, con solo il cibo come secondo pensiero e una tendenza leggermente eccessiva a drammatizzare qualunque emozione. Grave errore degli Svizzeri, punito in uno slancio di patriottismo (calcistico) dall’arbitro Coda, quando il giocattore Carlo Segginger ha osato storpiare il nome “Del Piero” in “Del Pietro”.

Così prosegue la cronaca di questo bel match che ci racconta che questo spettacolo permette scambi e confronti tra le culture in modo divertente e molto efficace. Gli svizzeri hanno infatti improvvisato una scena a metà tra la satira di costume e la parodia i cui effetti vengono molto apprezzati. La nostra tendenza a drammatizzare, oltre che gesticolare, del resto fa parte della nostra natura ma non guasta rendersene conto ed evitare i barocchismi, non credete? ;-)

Ma poi com’è finito il match?

C’è voluta la prova delle “fucilate”, 30 secondi di improvvisazione di un giocatore per squadra, per decretare il vincitore di questo primo match. La Svizzera vince al fotofinish, dopo un serrato testa a testa.

L’improvvisazione dei dannati

5 settembre 2010 2 commenti
Locandina dello spettacolo Mefisto

Locandina dello spettacolo Mefisto

Chi ha detto che durante uno spettacolo d’improvvisazione teatrale non si possa dir di no ad un’idea e a quella successiva e ad un’altra ancora finché il regista in campo decide qual’è quella giusta? Infatti la prima cosa che un allievo improvvisatore impara durante i corsi d’improvvisazione teatrale, fin da subito, è che occorre dir sempre di sì alle proposte che arrivano dai compagni in scena, specie nei Match d’improvvisazione teatrale, perché non essendoci un copione scritto una scena può funzionare solo se gli altri sono valorizzati e di conseguenza ogni elemento nuovo che apportano lo si inserisce nella trama che si dipana nel “qui e ora”. Stiamo parlando di Mefisto, format d’improvvisazione derivato dal Gorilla Theatre prevede più attori in gara tra loro le cui performance vengono giudicate da un maestro di cerimonia che è anche un regista in campo che interviene spesso e seleziona le idee degli attori, facendole ripetere loro qualora non sono di suo gradimento. Alla fine dello spettacolo è lui a decidere chi ha vinto e non il pubblico, come in altri spettacolo d’improvvisazione.

Che cosa può fare un’anima dannata pur di assicurarsi il paradiso?
Il servitore del male costringerà 4 attori dannati a combattere per la salvezza della propria anima…
solo uno di loro si salverà.
L’improvvisazione teatrale porterà al paradosso
straordinario storie, situazioni e monologhi.
Uno spettacolo diabolicamente divertente.
E’ così che viene presentato Mefisto nel sito web di Les Gramelot: la società che lo mette in scena e che si occupa anche di formazione. L’ho visto al circolo “Al Ponte” di Iano di Scandiano (RE) domenica scorsa, 29 agosto 2010. Lo spettacolo dà ampio spazio alla creatività individuale come a quella di gruppo.
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Servizio tv sul Match d’improvvisazione teatrale

10 agosto 2010 2 commenti

Questo è il servizio tg della tv Teletutto di Brescia sulla finale dei Match di improvvisazione teatrale professionisti torneo coppa Italia 2009 giocata al Teatro Centro Lucia di Botticino (Brescia) vinta da Pisa per 8 a 7 contro Reggio Emilia.

Improvvisar cantando

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poeti improvvisatori

Gruppo di poeti improvvisatori durante una rassegna curata dall'Ares Teatro a Roma. Novembre 2007.

Festeggiamo questa domenica, cari amici del Teatro del Sì con un video di un’ottava, che dedichiamo ai lettori del blog, cantata da un poeta estemporaneo. Tra le diverse forme d’improvvisazione esiste infatti quella dei poeti estemporanei. Si tratta di poeti popolari, in passato analfabeti, che improvvisano ottave, contrasti, sonetti, ecc. Nell’aprile del 2007 sono stato testimone di una delle feste d’improvvisazione che ancora oggi si svolgono a Ribolla, in Toscana. E’ una manifestazione in cui per tutto il giorno poeti improvvisatori si sfidano soprattutto in ottava rima: “l’ottava rima è il metro usato nei cantari trecenteschi e nei poemetti del Boccaccio (Ninfale fiesolano, Filostrato,…); non è certo chi l’abbia inventato. Diventerà poi il metro di poeti popolari, come Antonio Pucci, e colti come Franco Sacchetti che lasceranno poi al Pulci, al Boiardo, all’Ariosto e al Tasso, di elevarlo alle più alte cime”. La variante usata dai poeti popolari nei loro incontri è l’ottavina perché quando ci si alterna nelle strofe bisogna iniziare la propria rima con l’ultima di chi precede. Questa forma d’arte è stata per secoli in Maremma, nel Lazio e in Sardegna soprattutto “una forma di riscatto, di denuncia e di opposizione politica con momenti di forte socialità” come ci dice un articolo in estemporanearibolla.it che segnala anche che “l’ottava rima ha saputo attirare l’interesse di alcuni personaggi dello spettacolo quali Francesco Guccini, Davide Riondino e lo stesso Roberto Benigni (quest’ultimo in gioventù l’ha praticata andando al seguito di alcuni poeti estemporanei)”. Gli amici senesi Francesco Burroni, Enrico Rustici e Silvia Bruni hanno pronta e spesso danno una Lezione-spettacolo sull’antica arte di improvvisare in versi: si va dall’ottava rima al rap passando dalle serenate per la donna amata e per canti popolari toscani, ballate, sonetti e filastrocche.

L’ottava rima è il metro usato nei cantari trecenteschi e nei poemetti del Boccaccio (Ninfale fiesolano, Filostrato,…); non è certo chi l’abbia inventato. Diventerà poi il metro di poeti popolari, come Antonio Pucci, e colti come Franco Sacchetti che lasceranno poi al Pulci, al Boiardo, all’Ariosto e al Tasso, di elevarlo alle più alte cime.

Rassegna stampa e web del 5 e 6 dicembre

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