Intervista a Paolo Asso

Paolo Asso

Paolo Asso

Si avvicina il Metodi Festival, il festival di alta formazione teatrale quest’anno dedicato all’improvvisazione teatrale: è previsto dall’ 1 al 10 Ottobre 2010. Il Teatro del Sì ne parlerà spesso sia in queste settimane che ci precedono sia durante l’evento. Cominciamo con l’intervista a Paolo Asso: insegnante di recitazione, è autore del Manuale di primo soccorso per attori e aspiranti attori e Trenta scene di cinema e teatro, un’antologia commentata per attori, sceneggiatori e registi. Ha curato l’edizione italiana di svariati libri sul training per l’attore, tra cui Giochi di teatro di Clive Barker, Lezioni all’Actors Studio di Lee Strasberg e Impro di Keith Johnstone. Ha la condirezione artistica ed organizzativa del festival.

I D.: Per la prima volta in Italia il Metodi Festival esplora il mondo dell’improvvisazione teatrale. E’ segno che la tradizione teatrale italiana comincia ad accogliere quella più giovane dell’improvvisazione teatrale esportata in Italia dal Canada nel 1989, anno dei primi Match d’improvvisazione teatrale?

R. Be’, no. Perché Metodifestival non rappresenta la tradizione teatrale italiana, né qualsivoglia forma ufficiale di spettacolo, quindi non può rilasciare patenti di qualità o di consolidata esperienza. Noi ci occupiamo di didattica di recitazione. Ne parliamo al convegno, ci lavoriamo praticamente nei workshop. Invitiamo le realtà didattiche che ci interessano di più e che non hanno ancora avuto una vera diffusione in Italia, e cerchiamo i punti di convergenza e le differenze, e i perché culturali-antropologici delle differenze. Idealmente, lo scopo è migliorare la qualità della recitazione in questo paese, che per quanto mi riguarda è alquanto bassa. Ma non si tratta di promuovere un metodo piuttosto che un altro, o una forma di spettacolo piuttosto che un’altra. Si tratta di mettere a confronto delle esperienze diverse per vedere se è possibile trovare un comune denominatore, e nel caso cominciare ad adattarlo alla nostra realtà. È un problema molto complesso e sfaccettato. Ora, per quanto riguarda l’improvvisazione, la questione che m’interessa di più è il fatto che a mio modo di vedere tutta la recitazione è improvvisazione – tutta la recitazione di alta qualità, cioè basata sull’interazione reale tra esseri umani in scena. Dove c’è interazione c’è necessariamente improvvisazione. La didattica stessa è una forma di improvvisazione tra insegnante e allievi. Certo, tra i nostri insegnanti di quest’anno ci sono esponenti dello spettacolo d’improvvisazione – i format di Viola Spolin e di Keith Johnstone – ma non vengono a insegnare un format: sono insegnanti di recitazione. Ovviamente al convegno si parlerà anche di improvvisazione come forma di spettacolo, con tutti gli annessi e connessi.
II D.: In Italia si contano ormai diverse famiglie o gruppi di improvvisazione teatrale con format diversi e percorsi differenti. Il teatro non convenzionale, quello che si auto-distribuisce negli spazi off ormai vi attinge e piene mani. Non altrettanto è accaduto per il cinema mentre la televisione, con Ale e Franz, ha ripescato solo un format tedesco non considerando ben più proficue possibilità. Non credi che bisognerebbe lavorarci su?

R. Il mio punto di vista si riferisce sempre alla qualità dell’interazione. Un format non può essere un  contenitore vuoto, dentro al quale ricicliamo quello che sappiamo già fare: dovrebbe essere lo stimolo, la sfida a fare meglio, e anche la creazione di un pubblico che inizialmente deve incuriosirsi, ma poi deve diventare esigente, fare confronti, riconoscere la qualità, il livello d’interazione che lo appassiona. In un certo senso si tratta del vecchio concetto della creazione della domanda – in senso buono. Il cinema italiano rispetto alla recitazione è in una fase di schizofrenia: da una parte la media degli attori giovani credibili – parlo sempre di qualità dell’interazione – è salita, come se almeno una parte delle maestranze cominciasse a rendersi conto che la competitività con il mercato internazionale deve passare necessariamente dalla recitazione, dall’altra ci sono forti resistenze culturali e strutturali. Qualcosa di simile accade con la sceneggiatura. Si rischia sempre di ritrovarsi nella metafora evangelica della toppa di tessuto nuovo cucita sul tessuto vecchio; il fatto è che qui quando il tessuto si strappa non importa a nessuno. Se guardiamo oggi i film di Cassavettes, che sull’improvvisazione ha basato tutto il suo radicalismo, è impressionante accorgersi come il suo linguaggio è stato ampiamente assorbito dal cinema posteriore. Ma non è importante che ci siano cose che dopo di lui si possono fare – è importante che dopo di lui ci sono cose che non si possono più fare.
Se nel cinema il problema è anzitutto il rapporto tra recitazione e scrittura, in televisione è quello tra recitazione e regia. In televisione è difficile gestire gli imprevisti – intendo proprio visivamente, nella dinamica dell’inquadratura. Lì sono i registi che mancano. A meno che non si voglia prendere un format e trasformarlo in teatro filmato; ma secondo me non è questo lo scopo.
III D.: Gli attori italiani hanno scarsa dimestichezza con l’improvvisazione teatrale e l’uso del corpo. Basti considerare che i casting per le produzioni cinematografiche vedono all’opera aspiranti attori i quali, quando viene chiesto loro di improvvisare, usano solo la parola in modo piuttosto didascalico. Non credi che ci sia un deficit formativo rispetto a paesi come Canada e Stati Uniti dove questo accade in misura molto inferiore?

R. Vuoi la risposta lunga o quella breve? Quella breve, immagino. Di nuovo, non è l’improvvisazione in sé, il problema, ma la formazione. Ora, se si trattasse di una semplice contrapposizione estetica – la nuova recitazione, quale che sia, contro la vecchia, quale che sia – non ci troveremmo in una situazione di semi-dilettantismo che è oggettiva, cioè si riflette direttamente, ad esempio, sui compensi, sul salario. Odio parlare di professionismo, perché è la foglia di fico preferita dagli italiani, ma se chiunque può recitare – rendendo quindi quasi tutti gli attori intercambiabili – è chiaro che c’è una crisi del professionismo, cioè, in termini generali, c’è bisogno di una ri-professionalizzazione del settore. Ma in ambito artistico il professionismo non si basa sui titoli, sul pezzo di carta. È abbastanza irritante vedere degli allievi attori che ambiscono semplicemente al professionismo, ad essere considerati professionisti prima di essere, nel loro piccolo, artisti. Eppure succede. E il grottesco è che questo professionismo non esiste più. Gli stanno vendendo l’aria di Napoli.
Ci sono delle ragioni storiche che fanno parte della risposta lunga, e qui sono ancora nei limiti di quella breve. Ma in pratica, qual è la vera differenza con i paesi nei quali si è diffuso ed è stato sviluppato lo stanislavskismo – ossia la didattica contemporanea? Il pubblico. La famosa creazione della domanda. Dobbiamo ricordarci che Stanislavskij, così come il Group Theatre, sono fioriti in un terreno fertile, che l’interazione reale era un’esigenza sentita profondamente dal loro pubblico – piaceva immensamente. C’è anche una valenza politica in questo. Noi stiamo ancora all’opposizione Metodo vs. Brecht, come se l’interazione reale non avesse una valenza politica. Ma ce l’aveva eccome. Quest’anno sono particolarmente contento per avere invitato al Festival Horacio Czertok, uno dei fondatori della Comuna Baires. L’ho invitato perché l’ho sentito parlare a un convegno, di Stanislavskij e del Metodo americano. Ora, questo è uno che al suo paese è stato torturato (è vero) – e io non ho mai sentito un’esposizione più chiara e appassionata dei principi di Stanislavskij e del Metodo.
Il paradosso dello stanislavskismo è che i suoi più potenti mezzi di diffusione sono stati da un lato il teatro politico, e dall’altro il cinema di Hollywood – come dire il diavolo e l’acqua santa.
Quanto all’improvvisazione: tutta la didattica si basa sull’improvvisazione. E questo significa una cosa che solo (si fa per dire) i cattivi insegnanti non capiscono: non si usa l’improvvisazione per imparare a recitare (che è la classica esperienza frustrante); si impara a recitare attraverso l’elemento improvvisativo che è proprio di ogni performance; si impara a trovarcelo e a farcelo restare (a prenderci gusto e a non averne paura). Altrimenti, semplicemente, non vale la fatica.
IV D.: L’Italia è patria dell’improvvisazione teatrale a braccio e dell’ottava rima dei poeti dell’Italia centrale, a cui hanno attinto, tra gli altri, David Riondino e Roberto Benigni. In essa c’è un magico bilanciamento tra spontaneità e regole. Umberto Eco, che ben conosce questa tradizione e grande ammiratore di Benigni, ha rivelato, in una recente intervista, come sotto i suoi romanzi ci sia una sorta di struttura matematica. Si tratta di simmetrie molto rigorose, di diagrammi di cui sono pieni i suoi appunti. Ci puoi spiegare in poche battute la relazione tra spontaneità e creatività da un lato e ciò che sembrerebbe il loro opposto e cioè le strutture matematiche, le regole?

R. Di nuovo, mi attengo alla risposta breve. Quando si parla di regole, faccio sempre almeno un passo indietro. Perché regola è un termine generico che tendiamo a interpretare come costrizione, o modo per evitare qualche pericolo o addirittura il caos. Più che la patria dell’improvvisazione teatrale, l’Italia è la patria del Diritto – cioè degli avvocati.
Proprio in quel convegno dove ho conosciuto Horacio Czertok, che si intitolava Dialoghi tra teatro e neuroscienze, quindi era in tema di rapporti arte-scienza, quando si è finito per parlare dell’improvvisazione subito è ricomparsa la vecchia formula: si improvvisa, ma ci sono delle regole. Al ché mi sono un po’ spazientito. Proviamo per una volta a invertire i termini, ho detto: c’è una regola di partenza, ma ci si improvvisa su. Se, come nel format di Viola Spolin, il pubblico suggerisce una parola e gli attori devono improvvisare su quella parola, allora quella parola è la regola. Una sola parola è già una regola severissima, perché quella parola è già carica, per me che l’ascolto, di una serie finita per quanto bizzarra di rimandi, di associazioni – persino di tabù. Abbandonarmi a quella serie di rimandi è improvvisare – ed è terribilmente difficile in virtù della severità iniziale di quella regola. Si può concordare sul fatto che non esiste improvvisazione libera, in quanto la regola iniziale, lo spunto, è estremamente vincolante – in parole povere, devo improvvisare su qualcosa – non in quanto devo regolamentare, una volta iniziato a improvvisare, quello che faccio (che è la solita rassicurante interpretazione piccolo-borghese). Torniamo all’interazione reale: è ciò che accade qui e ora tra me e te che costituisce la regola: non solo tutto ciò che facciamo, ma tutto ciò che potremmo fare, e le nostre resistenze o i nostri desideri, sono perfettamente visibili, quindi sono già parte dell’azione – non posso prescinderne perché improvviso, ma devo rendermi sensibile a tutto questo perché improvviso.
Secondo me questo viene riassunto da un’accezione del tutto particolare di regola, che è la regola del gioco, e che non è ancora stata studiata a fondo. Quando giochiamo, non regoliamo un’attività, ma è l’attività a nascere da un insieme di regole che costituiscono la struttura. La norma civile non è una regola strutturale, ma la regolamentazione di un’attività preesistente (il commercio, ad esempio), regolamentazione che previene certi rischi. Nel gioco invece l’insieme delle regole è il gioco stesso, senza quelle regole semplicemente non c’è quel gioco. Quindi non si tratta di regole normative, ma ispirative di un’attività.

Non sono un matematico, quindi ignoro quali modelli si avvicinano di più alla struttura logica del gioco. Tuttavia la risposta va ricercata probabilmente nel problema del pensiero intuitivo, inferenziale, e soprattutto nei sistemi non gerarchici, così come nel paradosso non-gerarchico della struttura del sistema nervoso, che oggi si sta cominciando a formulare più nettamente. Ricordo che proprio Umberto Eco rimproverava a J. Huizinga di non aver tenuto conto, nel suo bellissimo libro Homo ludens, del problema del calcolo delle combinatorie, nel gioco. Ma a me sembra che sia Eco a dimenticare che in ambito creativo una serie di opzioni non si esprime solo in rapporto all’opzione giusta, come se l’opzione giusta esistesse a priori, ma è l’insieme di opzioni ad agire in prima istanza sulla coscienza agente. In altre parole, non si tratta di scoprire la via giusta nascosta da altre vie, come in una caccia al tesoro, ma di ritagliare un percorso possibile fra tanti altri altrettanto possibili: è il fatto che anche gli altri sono possibili che rende possibile anche quello che alla fine si rivelerà giusto. Si tratta appunto di pensare in modo non gerarchico.

Terribilmente complicato, lo so. E qui mi fermo (questa sarebbe la risposta breve).

V D.: Figura di riferimento del tuo workshop è Clive Barker che unisce gioco, metodo di Stanivslaskij e ricerca scientifica e sociale. Ce ne vuoi parlare?

R. Clive Barker purtroppo è morto quando già cominciavamo a progettare la prima edizione del Festival, altrimenti sarebbe stato il primo insegnante invitato. Non ho ancora potuto fare una ricognizione nelle scuole inglesi, per vedere com’è la situazione didattica e se esiste una qualche tradizione barkeriana, quindi mi sono deciso, dopo qualche esitazione, a rappresentare io la sua tecnica, nel convegno e in un workshop.

Se c’è un personaggio che può esprimere il comune denominatore dei vari sviluppi dello stanislavskismo nel mondo, è Clive Barker. Le parole a cui sono ricorso più spesso anche in questa intervista, come gioco e interazione, vengono da lui. Barker ha avuto il merito di riuscire ad esprimere (ed esemplificare chiaramente con i giochi e gli esercizi) la discriminante tra interazione e non-interazione. Ha introdotto la nozione fondamentale di potenziale. Per Barker ciò che è realmente espressivo è l’insieme di possibilità insito nella presenza umana in scena, possibilità che si moltiplicano all’infinito quando in scena assistiamo a un rapporto reale tra esseri umani. Come dicevo per il gioco, sono queste possibilità che si rendono immediatamente percepibili al pubblico prima di tramutarsi in azione. In Barker si risolve l’annoso e un po’ stucchevole conflitto tra l’accento posto sulla sensibilità sensoriale ed emotiva e quello posto sull’azione. Nella struttura di gioco Barker trova un perfetto circolo virtuoso in cui l’azione deve necessariamente abbassare la soglia della sensibilità, e questa a sua volta è immediatamente motivata dall’azione (la regola del gioco). Quel che più conta, la differenza qualitativa tra una reale interazione, tra un’azione che si è svolta creativamente, e ciò che è puramente meccanico o inibito, nel suo lavoro è immediatamente percepibile, sia per chi agisce che per chi guarda.

Le possibilità di sviluppo del suo lavoro sono immense. Se nel mio insegnamento sono riuscito ad accogliere tante tecniche di provenienza diversa lo devo allo sguardo acquisito lavorando sui suoi giochi ed esplorando i suoi principi. Ed è stato grazie a lui che mi sono interessato al Metodo Feldenkrais, che si basa sulla stessa nozione di potenziale, fino a diventare un insegnante Feldenkrais e a integrare quella tecnica nel mio insegnamento.

Servizio tv sul Match d’improvvisazione teatrale

agosto 10, 2010 giuseppevitale74 1 commento

Questo è il servizio tg della tv Teletutto di Brescia sulla finale dei Match di improvvisazione teatrale professionisti torneo coppa Italia 2009 giocata al Teatro Centro Lucia di Botticino (Brescia) vinta da Pisa per 8 a 7 contro Reggio Emilia.

Ecco perché inscenano Star Wars sulla metro

Improv Everywhere in Star Wars sulla metro

Attori di Improv Everywhere inscenano Star Wars sulla metro

Hanno lasciato il teatro per la strada e inscenano musical nei supermercati, salgono sulla metro senza pantaloni o gonne oppure vestendosi in modo speculare ai passeggeri. Sono diventati noti  due anni fa con un flash mob in cui centinaia di persone si bloccavano di colpo nell’androne della Grand Central Station di New York. Sto parlando del gruppo di attori di New York chiamato Improv Everywhere. La loro mission è proprio quella di realizzare delle messeinscene studiate nella cornice ma poi improvvisate coinvolgendo le persone che trovano nei contesti delle loro performance. E’ una variante questa del teatro invisibile: “azioni teatrali preparate con cura che non vengono svelate e si svolgono in luoghi pubblici come eventi strani che accadono e suscitano l’attenzione dei presenti ignari. Successivamente gli attori convogliano la discussione delle persone sui fatti che a loro interessa esplorare, immettendo informazioni e opinioni, agendo con i diversi personaggi che ci si e’ dati e improvvisando col pubblico. Scopo dell’invisibile e’ far esprimere spontaneamente il pubblico ignaro per verificare le opinioni che emergono e per indicare alternative possibili”. Ecco cosa dice Charli Todd, il fondatore del gruppo nell’intervista pubblicata ieri da Wired.

Praticamente, quello che voi fate è spostare il palcoscenico tra il pubblico, e allo stesso tempo portare il pubblico sul palcoscenico. Pensi che questo possa rappresentare un primo passo verso un nuovo modo di intendere il teatro?

Non siamo certo noi i primi a portare il teatro nel mondo reale. Augusto Boal, per esempio, aveva inscenato progetti di teatro invisibile decenni fa. Ma credo che la nostra popolarità abbia comunque avuto un’influenza su giovani attori e comici. Ormai i gruppi “stile Improv Everywhere” sono piuttosto comuni ne college e nei licei. Penso che alla gente piaccia la libertà di non aver bisogno di un palco o del permesso di qualcuno per organizzare una performance.

Le vostre mission spesso coinvolgono decine e decine di persone che si comportano in modo inusuale in luoghi pubblici. Avete mai avuto problemi con la legge?

Cerchiamo sempre di non cacciarci nei guai, ma a volte può capitare. Nella mission No Pants del 2006 (l’incursione in metropolitana senza mutande si ripete ogni anno, N.d.A.), ad esempio, la polizia è intervenuta per disturbo della quiete pubblica (accusa poi ritirata). Può capitare che contravveniamo al regolamento dei parchi o dei negozi qualche volta, ma non infrangiamo la legge. Purtroppo a volte qualche poliziotto ha tempo da buttare e si preoccupa di cosa facciamo.

E ora una domanda WIRED: Internet sta drammaticamente rimodellando la musica, il cinema, le serie televisiva, il giornalismo e le arti in generale. In quale modo pensi stia rimodellando il teatro? E se non lo sta facendo, come potrebbe, e soprattutto, come dovrebbe?

Il teatro bisogna fruirlo dal vivo, non penso che vedrai mai nessuno scaricare uno spettacolo di Broadway. L’energia e l’eccitazione del teatro o dell’improvvisazione deve essere fruita live perché abbia il massimo effetto. Lo stesso in qualche modo vale per i nostri progetti – di certo è diverso vederli live, ma siamo in grado di registrarli in un modo che li rende fruibili anche per il pubblico online. Penso che la cosa più importante che internet sta facendo per gli attori, gli scrittori e i comici sia abbattere gli ostacoli e le barriere alla partecipazione. Puoi creare e distribuire il tuo lavoro con pochissimi soldi e senza bisogno che sia approvato da qualcun altro.

L’improvvisazione teatrale, alta formazione al Metodi Festival

luglio 27, 2010 giuseppevitale74 2 commenti
iWorkshop al Metodi Festival

Workshop del Metodi Festival del 2009, foto di Serena Bertini.

Il Teatro del Sì è lieto di segnalare la terza edizione del Metodi Festival. Quest’anno sarà infatti dedicato all’improvvisazione teatrale. Si tratta di un festival di alta formazione di 10 giorni con workshop, convegni, incontri per il confronto teorico e pratico tra i metodi di recitazione più praticati nel mondo. Si svolgerà a Cecina, in Toscana, dall’1 al 10 ottobre 2010. L’intento è quello di indagare l’ “improvvisazione come fondamento della recitazione stessa: questo sarà uno dei temi di fondo del convegno, con tutte le sue numerose implicazioni: la disponibilità e la flessibilità dell’attore, l’evento scenico unico e irripetibile da ricreare ad ogni istante, la natura profonda di ogni tipo di performance, e così via” come dice la presentazione stessa del festival nella home del sito web. Ecco l’elenco delle tecniche che saranno messe a confronto quest’anno:

  • Tecnica Lee Strasberg, docente: David Gideon, New York;
  • Tecnica Viola Spolin, docente: Kathy Hendrickson, New York;
  • Tecnica Keith Johnstone, docente: Frank Totino, Canada;
  • Tecnica Sanford Meisner, docente: William Esper, New York;
  • Tecnica Clive Barker, docente: Paolo Asso, Italia.

Si tratta di un grande confronto con tecniche di altissimo valore e che hanno cambiato il modo stesso di lavorare dell’attore a cavallo tra cinema e teatro. L’improvvisazione è quindi sviscerata in ogni aspetto da eccellenti docenti di fama mondiale. Questi dieci giorni daranno un grande contributo per la cultura dell’improvvisazione teatrale in Italia, che sconta ancora una serie di pregiudizi da parte di certo teatro e di certo cinema. Nonostante l’improvvisazione teatrale si conosca infatti in Italia dal 1989 sono tantissimo gli attori italiani che ne ignorano le basi e le grandi potenzialità. Il Teatro del Sì seguirà dal di dentro questo festival con una serie di post ad esso dedicati.

Mezz’ora sola ti vorrei

“un’ ora solati vorrei

per dirti quelloche non sai”

cantava nel 1938 Fedora Mingarelli poi ripresa negli anni 60 da numerosi gruppi come i Camaleonti e da artisti come Giorgia e Tiziano Ferro ai giorni nostri. E noi del Teatro del Sì prendiamo a prestito questa canzone. Ma ci basta meno tempo. A noi basta mezz’ora.Perciò ti diciamo: mezz’ora sola ti vorrei, per dirti quello che non sai. E cosa? Quel che da gennaio a questa parta sta succedendo con il Corso d’improvvisazione teatrale all’Arci di Francavilla Fontana. Perciò giovedì 11 marzo ti aspettiamo alle ore 19 e fino alle 19 e 30 per una mezz’ora di:

  • presentazione del Teatro del Sì e delle sue attività;
  • spiegarti cos’è l‘improvvisazione teatrale;
  • una reciproca conoscenza;
  • per parlarci circa le attività teatrali che potremmo fare insieme.

Ti sembra poca mezz’ora per tutto questo? La mezz’ora di tempo che ti chiediamo è per introdurti al magico mondo dell’improvvisazione teatrale e allepossibilità che apre anche con l’aiuto dei primi allievi del corso partito a gennaio all’Arci di Francavilla. Poi ti inviatiamo a restare con noi per l’ora e mezza successiva per una lezione gratuita (se partecipi la prima volta) d’improvvisazione teatrale per conoscere più da vicino il corso che proponiamo, le sue tecniche, il tipo di teatro ludico che proponiamo. Vieni dopodomani alla sede Arci in vico Arco Olimpio (vicino piazza Dante) a Francavilla. Aderisci all’evento su Facebook e sii dei nostri, non lasciarla solo un’adesione online. Ti aspettiamo con tutta la tua fisicità, voglia di capire e stare insieme a persone che vogliono creare il primo gruppo di artisti dell’ascolto e della spontaneità.

mezzora solati vorrei

io che non soscordarti mai..

Sarò più seria

febbraio 18, 2010 giuseppevitale74 1 commento
vignetta sul Teatro del Sì

Vignetta di Angela Rubino.

La nostra allieva, Angela Rubino, vestita da clown, nella sua vignetta, promette di essere più seria durante il nostro corso d’improvvisazione teatrale. E dimostra di aver capito una cosa: non c’è nulla di più serio del gioco. Cosa questa che i bambini e i clown sanno molto bene appunto. Grazie Angela.

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Vi farò attori nella vita

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gioco d'improvvisazione

Alcuni partecipanti al corso d'improvvisazione teatrale a Francavilla Fontana durante uno dei giochi.

Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori d’uomini».

Abbiamo scomodato il Vangelo di Marco per dare il senso di quella che è “l’ultima chiamata del Teatro del Sì“. Gesù in quel celebre passo, infatti, chiama i pescatori a pescare uomini anziché pesci. Vuole farli diventare “pescatori d’uomini”. E’ quindi alla ricerca di persone che salveranno altre persone, la più nobile delle missioni perché al servizio degli altri. E che cosa vuole salvare? La vita delle persone.

“Vi farò attori nella vita” è la promessa che il Teatro del Sì fà ai suoi primi iscritti. Ma che vuol dire “attori nella vita”? Vuol dire due cose:

  1. attori come mestiere, quindi nella vita, perché il corso è rivolto anche a coloro che vogliono fare del teatro il loro lavoro o la loro principale passione extra-lavorativa;
  2. a tutti coloro che vogliono frequentare il corso per i più svariati motivi e che quindi possono trarre giovamento dall’improvvisazione nella loro vita: e noi ne abbiamo individuati 10.

Ma il concetto di “vita sulla scena” merita un piccolo approfondimento. Perché nel genere di spettacolo che noi proponiamo:

  • non c’è spazio per la finzione (come falsità) e quindi invece che recitare preferiamo giocare (nel senso anglosassone e francofono del termine);
  • invece che proporre qualcosa di stantìo, di forzato, preferiamo vivere il momento, cogliere l’attimo e approfittare di ogni cosa che accade durante l’improvvisazione;
  • siamo del tutto veri grazie al ritorno alla spontaneità;
  • guardiamo alla vita nelle sua più varie sfaccettature e quindi da innumerevoli punti di vista;
  • possiamo essere anche nella stessa sera gangster o magnacci o presidenti o supereroi o avvocati o baby sitter e tutti i ruoli buoni o cattivi che ci vengono in mente senza alcun rischio :-)

Ora non dirmi che anche tu non vuoi essere “attore o attrice nella vita” ;-) Come fare? Dal 14 gennaio scorso è iniziato a Francavilla Fontana un corso d’improvvisazione teatrale. Le iscrizioni online sarebbero terminate ma se sei determinato/a, volenteroso/a, tenace, appassionato/a dimistracelo e ti accetteremo nel gruppo. Fai la preiscrizione online (non obbligatoria e non vincolante) online lo stesso e vieni a trovarci giovedì 4 Febbraio all’Arci di Francavilla Fontana (Br) in Vico Arco Olimpio (nei pressi di Piazza Dante) alle ore 19:00 (si raccomanda la puntualità). La prima lezione, per te, è gratuita. Chi vuole può anche iscriversi all’evento su Facebook e così potrà invitare anche i propri amici.

Meglio dire di sì

gennaio 27, 2010 giuseppevitale74 2 commenti

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E' meglio dire di Si

Clipart utilizzata nell'azione di ambient marketing.

Venerdì 29 gennaio è l’ultima chiamata del Teatro del Sì, per coloro che amano dire di sì. Continuiamo, infatti, fino a venerdì, al massimo, a cercare coloro che attraverso un sì vogliono far nascere delle storie, al di là delle convenzioni, al di là delle regole che ci rendono ciechi e schiavi. Una storia a teatro o in un racconto è infatti sempre la rottura di una routine, un sì a quel che può accadere e che fa iniziare l’avventura. Abbiamo già spiegato perché stiamo cercando chi dice di sì. E abbiamo anche raccontato in proposito il sì di Tarcisio e Simona. Infine abbiamo parlato di quanto è importante imparare a dire di sì.

ragazza francavillese

Ragazza di Francavilla Fontana per l'operazione "Meglio dire di Si".

Venerdì 29 vi è l’ultimo appuntamento con le lezioni gratuite del corso d’improvvisazione teatrale. C’è una grande notizia per chi ci verrà a trovare venerdì alle 19 presso la sede Arci di Francavilla Fontana. La buona notizia è che le facoltà di immaginazione e fantasia si possono imparare, non sono doti innate.

Coppia francavillese

Coppia francavillese per la campagna "Meglio dire di Si".

La grande novità dell’improvvisazione teatrale, nata in Canada negli anni ’70 e che ora sta facendo il giro del mondo, è che un approccio ludico, rilassato, spontaneo porta le persone a riscoprire dentro se stesse doti e capacità che mai avrebbero sospettato di avere. Per questo anche in Italia a partire dal 1989 i corsi e i laboratori di improvvisazione teatrale hanno ormai coinvolto qualche migliaio di persone e dilettanti al centro-nord. Ora grazie all’attore canadese Ian Algie è possibile immergersi in questa rivoluzione in corso frequentando il corso presso l’Arci di Francavilla Fontana iniziato lo scorso 14 gennaio. L’iniziativa piace molto ai francavillesi che l’hanno accolta molto bene anche partecipando al corso con un nutrito gruppo arricchito da partecipanti dei comuni limitrofi. Che aspetti? Vienici a trovare. Gradita, ma non obbligatoria, la preiscrizione online.

Qualche improvvisazione alla radio

Francesco Burroni durante una prova di long form

Francesco Burroni durante una prova di "long form" d'improvvisazione teatrale

Cliccando sul player qui sopra potete ascoltare lo speciale andato in onda a Radio Sera su Quarto Canale Radio mercoledì 20 gennaio. Vi avevamo infatti promesso uno speciale dal titolo “La Quarta Improvvisazione“. Ringraziamo Maria Angelotti e tutto lo staff della radio per questo spazio concesso, così come ringraziamo i radioascoltatori che hanno chiamato e suggerito i temi. Abbiamo giocato un po’ per cominciare a diffondere la cultura dell’improvvisazione teatrale, ma se volete saperne di più e meglio dovrete venire al corso d’improvvisazione all’Arci di Francavilla Fontana. Il prossimo appuntamento è per venerdì 29, anche se di solito il corso si tiene di giovedì.

Venerdì 29 il terzo incontro

Fissato per venerdì 29 il terzo incontro con il corso d’improvvisazione teatrale anziché al giovedì come di solito. L’orario, invece, resta immutato: a partire dalle 19. Ci scusiamo con gli iscritti al corso e con quanti verranno a trovarci per la prima volta per questo spostamento di data. Da Febbraio l’appuntamento resta di giovedì.

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